C’è un momento, nella vita di un titolo azionario, in cui i numeri smettono di raccontare la realtà e cominciano a raccontare soltanto se stessi. Tenaris e Saipem, in questi mesi, ci hanno messo davanti a quella soglia. Oltre trenta punti percentuali di sovraperformance rispetto al FTSE MIB non sono una variazione statistica, sono un segnale. La domanda è: di cosa?
Partiamo dai fatti, che in questo mestiere restano l’unico punto fermo. Entrambe le società operano nell’indotto energetico — tubi per trivellazione la prima, servizi e costruzioni offshore la seconda. Il contesto geopolitico degli ultimi anni ha rimesso al centro dell’agenda mondiale la sicurezza energetica, e chi fornisce le infrastrutture per estrarre e trasportare idrocarburi si è trovato, quasi per inerzia, nella posizione favorita. Non è merito esclusivo dei management, sia chiaro. È che il vento ha girato.
Ma c’è qualcosa che mi lascia perplesso, e lo dico senza pretesa di essere un analista finanziario: quando un titolo corre così, la domanda non è mai “perché è salito”, bensì “quanto di quel rialzo è già incorporato nel prezzo futuro”. Ed è lì che le cose si complicano.
Saipem, in particolare, ha una storia recente che non si può ignorare. Solo qualche anno fa era sull’orlo del precipizio — aumento di capitale, debito che pesava come una pietra, contratti in perdita. La ristrutturazione ha funzionato, i conti sono migliorati, e il mercato ha premiato. Giusto. Ma chi compra oggi a questi livelli sta scommettendo su un futuro ancora più roseo di un presente già ottimista. È una scommessa legittima, per carità. Non è una certezza.
Tenaris è un caso diverso, forse più solido. La famiglia Rocca ha costruito un’azienda globale con una logica industriale rigorosa, e i cicli del settore oil & gas tendono a premiare chi ha struttura e non solo fortuna. Eppure anche qui: i prezzi del petrolio restano volatili, la transizione energetica — per quanto lenta — non è un fenomeno che si può continuare a ignorare nei modelli di valutazione a lungo termine.
Il punto è un altro, però. E riguarda chi legge queste righe su un sito che si chiama cedolinonoiapa.it. Perché parlare di Borsa in un contesto che nasce per chi insegna, studia, lavora nel sistema educativo? La risposta, a mio avviso, è ovvia: perché la cultura finanziaria in Italia è ancora scandalosamente bassa. Si parla di rendimenti, di titoli, di performance come se fossero argomenti per addetti ai lavori. Non lo sono. Sono questioni che riguardano chiunque abbia un risparmio, un fondo pensione, un investimento — cioè quasi tutti.
E allora: Tenaris e Saipem possono salire ancora? Forse.
I cicli dell’energia non si esauriscono in sei mesi. I backlog di ordini sono robusti, la domanda di infrastrutture energetiche nel mondo — specie nel Sud globale — non accenna a calare. Ma “forse” non è una strategia. Ed è questa la lezione che nessun grafico da solo riesce a trasmettere.
Chi guarda questi numeri con entusiasmo farebbe bene a ricordare che il mercato sconta sempre in anticipo. Quando tutti sanno che un titolo è andato bene, una parte del gioco è già finita. L’altra parte — quella più rischiosa — è quella che viene dopo.
Le opinioni espresse in questo articolo sono personali e non costituiscono consulenza finanziaria.
Luis